Aprile… mese di sole, di vento, di caldo, di freddo. È il mese dell’essere pronti e dell’aver paura. È anche il mese della voglia di uscire e del bisogno di esser ancora ritirati.
Scriveva T. S. Eliot “Aprile è il mese più crudele nel far nascere lillà dalla terra morta, nel mischiare ricordo e desiderio, nel ridar vita a disseccate radici con la pioggia di primavera”.
Per i romani Aprile era il mese dedicato a Venere/Afrodite. Era il mese di bellezza, di fioritura e di apertura. Era un periodo di ripartenza e di uscita dal gelo dell’inverno.
Così potremmo intendere la primavera: l’inizio di qualcosa che nasce. Qualcosa che messo al riparo precedentemente adesso finalmente può fiorire. Nello sforzo e nella pazienza del saper attendere.
La natura ci insegna che saper attendere, saper custodire dà accesso alla bellezza. Ci insegna i riti e la ciclicità della vita. Ci insegna che per andare avanti bisogna lasciare il passo a ciò che arriva. Soprattutto, ci insegna che “bel tempo e brutto tempo non durano tutto il tempo”.
Questo adagio contiene in sé conforto e angoscia.
Come ogni cosa della vita è permeata di contraddizioni così, l’esperienza stessa che ne facciamo, può diventare foriera di una possibilità: quella di accogliere il movimento della vita, il suo essere mutevole e volubile. Accogliere nonostante la paura e la precarietà.
L’intenzione di accogliere l’onda lasciandosi sostenere, assorbendone l’energia e capendo quando diventa funzionale tentare le proprie virate, dà la possibilità all’essere umano di usare ogni cosa, di far tesoro dell’esperienza qualunque essa sia. Solo lì, in quel momento specifico, giocando di tempismo e consapevolezza, forse impareremo a vivere profondamente senza aver più bisogno di misurare il tempo.
E il rito viene a rinnovarsi lasciando il passo all’alternarsi delle stagioni.
Esiste nella ripetizione una magia rassicurante. I riti (familiari, pagani, religiosi, i mantra) sono strumenti di rappresentazione di sé e di un sistema più ampio. Una collettività che nasce dall’individuo e in cui l’individuo può ritrovare se stesso e parti mancanti di sé.
Nella ripetizione diciamo a noi stessi che esistiamo. È un tentativo di essere presenti e pronti. Cerchiamo di adattarci al fluire della vita e a ogni suo cambiamento.
In questo, la storia precedente, ciò che abbiamo già vissuto e sperimentato, ci ricorda che tutto ha una sua evoluzione, una sua ciclicità. Come il bel tempo lascia il passo al brutto tempo, il bel tempo ritornerà.
Floriana Terranova



