La parola anatema nel corso dei secoli e delle culture ha avuto accezioni diverse.

Nel mondo classico l’anatema era un ex-voto, una sacralità depositata nel tempio della divinità protettrice e guaritrice.

Nel mondo cristiano si cambia completamente rotta e anatema assume il significato di scomunica, ossia esclusione, allontanamento dai sacramenti e dalla partecipazione ai riti religiosi.

Ma come può una parola così specifica comprendere due significati così diversi, apparentemente opposti e inconciliabili?

Una buona chiave di lettura la possiamo trovare in ambito psicologico e più precisamente nelle dinamiche di differenziazione.

Se pensiamo infatti al processo di differenziazione e ai meccanismi sottostanti il processo di individuazione di ogni persona, spesso esso passa, soprattutto nelle fasi iniziali, da una sorta di “scomunica”. C’è un “senso di esclusione” innescato dal contesto (sociale, familiare, gruppale, lavorativo) in maniera più o meno inconsapevole. Questo inibisce i processi di differenziazione che diversamente farebbero sentire in pericolo il contesto più ampio.

La minaccia nasce dal fatto che all’interno di una relazione il cambiamento dell’uno richiede un cambiamento all’altro. Lo sanno molto bene ad esempio le crisi coniugali, di partito e di squadra.

Se pensiamo alla rete di relazioni come ai meccanismi di un orologio, cambiando il movimento di uno degli ingranaggi inevitabilmente il movimento delle altre componenti sarà chiamato a una variazione o quantomeno a una presa di coscienza della variazione stessa.

Qui si snoda l’antico conflitto tra bisogno di accettazione da parte degli altri e bisogno di espressione di sé. È un processo vivo e costante, specifico della persona umana. Porta con sé una dimensione ampia di sacralità. Il fine è riprodurre una rappresentazione di sé che possa essere il più fedele possibile al proprio daimon.

E’ un difficile equilibrio tra una conflittualità interna e relazionale, tra sé e il mondo, tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Ma per sua natura l’individuo rifugge il cambiamento, in quanto foriero di sforzi e fatica. Ci si dimentica facilmente dell’aspetto entusiasmante del divenire e della ricerca di una vera libertà e verità di sé.

La tentazione della pigrizia e della paura, dà alla parola anatema un’accezione negativa facendoci temere un processo di differenziazione e facendoci rifugiare nella caverna platonica.

Differenziarsi, essere diversi, ossia essere se stessi fa rischiare un’anatema, un’esclusione, una scomunica, un senso di solitudine. Vissuti veicolati da meccanismi collettivi inconsci ma comunque sempre, anzi, ancor più potenti.

Ma non dimentichiamo che anatema nel mondo classico ha a che fare con qualcosa di sacro e divino. Vale la pena ricordare che, laddove si percepisce una maggiore solitudine ed esclusione, ha senso chiedersi se sta accadendo qualcosa di importante in termini trasformativi all’interno di un processo di individuazione. Qualcosa di sacro per l’appunto.

La sacralità dell’espressione di sé apre la possibilità stessa della vita, essendo quest’ultima movimento e rinnovamento costante.

L’anatema così ritorna nel tempio della sacralità, rende sacro il tentativo di essere se stessi, rifiuta di fotocopiare la vita degli altri o peggio ancora di vivere il sogno di qualcun altro.

E’ solo con la volontà di svegliarsi che la vita diventa una cosa viva.

Floriana Terranova

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