Quando iniziai le mie ricerche sul tema della perfezione creai una cartella sul mio computer nominandola “PERFEZIONE”.

Ogni volta che sviluppavo un pensiero o una connessione, riportavo i miei commenti in un file. Ogni volta che leggevo un libro attinente, facevo lo stesso. Senza neanche accorgermene, avevo intitolato il file “IMPERFEZIONE”.

Solo dopo diverse settimane mi sono resa conto della diversa nominazione dei documenti.

Un insight era arrivato: non si può parlare di Perfezione senza includere al suo interno l’Imperfezione.

Da qui la sintesi e la scelta di intitolare la mia ultima Lectio “Im-Perfezione. Dove la bellezza si cela.

E’ indubbio che il percorso di crescita miri a un perfezionare se stessi. Ciò avviene relazionandosi sia ai limiti personali che cercando di migliorarsi costantemente.

Conosciamo tutti il detto “Nessuno è perfetto!”…che senso ha quindi un lavoro di consapevolezza?

E se la consapevolezza procura affanno, quale senso c’è? Come ricorda il Qohelet, è quell’affanno sotto il sole, senza garanzia di giustizia?

Se usciamo da una logica di profitto e prestazione, ci rendiamo conto: la Perfezione altro non è che una direzione.

Il percorso che ci fa andare in quella direzione è costellato di successi e fallimenti. Ci porta a un andare avanti e un andare indietro. È un movimento continuo.

Ora se consideriamo l’etimologia della parola perfezione, scopriremo che con questo termine i latini indicavano “ciò che è compiuto”.

In ambiente squisitamente psicologico l’essere umano si compie quando riesce ad esprimere e manifestare se stesso. E’ compiuto quando individuato, ossia quando riesce a diventare se stesso.

Ma qui l’ossimoro. Per diventare se stessi, bisogna esprimersi interamente. Ciò include pregi e difetti, ciò che funziona e le proprie imperfezioni. Essere perfetti (compiuti) quindi significherà fare esperienza di ogni cosa, ossia anche di imperfezione. Essere perfetti prevede essere imperfetti.

Soprattutto, in chiave umanistica, è’ fondamentale restituire un significato e valore alla personale esperienza di imperfezione.

I sintomi possono essere considerati una forma di imperfezione. Questo accade perché divergono dal sano funzionamento dell’individuo.

Eppure i sintomi costituiscono un messaggio ad altissimo carico di informazioni sul desiderio.

Ci ammaliamo perché il desiderio non trova strada, non trova espressione. Il sintomo indica l’urgenza e l’ostacolo alla realizzazione del desiderio. Dal sintomo possiamo risalire al desiderio inespresso.

L’imperfezione non solo dà informazione ma apre la porta all’evoluzione.

In biologia solo gli organismi imperfetti si evolvono. Ciò che in natura raggiunge la perfezione smette di evolversi e migliorare.

L’imperfezione salva nella misura in cui sancisce la possibilità di cambiamento.

Solo da ciò che è imperfetto si attiva cambiamento, diversamente il sistema rimane immobile e non si evolve.

I pinguini, nella loro storia evolutiva, atrofizzano le proprie ali e li trasformano in pinne. Ciò gli permetterà di procacciarsi più facilmente il cibo in acqua. Rimangono degli uccelli ma si evolvono, attraverso una imperfezione, in modo da poter sopravvivere.

Il panda, l’orso cinese, riesce a sopravvivere alimentandosi di bambù. Lo afferra grazie a una malformazione sul palmo della zampa. Questa malformazione/imperfezione svolge la funzione di pollice opponibile. Diversamente non riuscirebbe ad alimentarsi.

Questi sono due casi, ma di molti altri la natura si fa portavoce. L’imperfezione non solo salva, dona una specifica singolarità. Dona identità.

E così tra le persone. Nessuno è perfetto. Ognuno avrà a che fare con le proprie imperfezioni.

Ciò che fa la differenza non è la presenza o meno dell’imperfezione. È cosa ognuno di noi ci farà.

Fondamentale dare valore e significato a ciò che oggi consideriamo errore. In realtà, questo può essere una possibilità di evoluzione.

(F. Terranova)

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